SULLA VIOLENZA
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SULLA VIOLENZA
«La violenza va sempre condannata».
È il ritornello di questi giorni. Lo ripetono tutti. Politici, giornalisti, opinionisti con la faccia seria e la cravatta ben stretta. E sapete che c’è? Sono d’accordo.Condanniamola, questa cazzo di violenza istituzionale. Quella grossa. Quella che sta lì da sempre, comoda come un maiale sul divano. Quella che ti caccia di casa con un foglio timbrato, ti toglie il lavoro con una mail, ti nega un diritto con una circolare. Quella che permette a quattro ricconi di mangiarsi il mondo.
La violenza istituzionale ha una caratteristica meravigliosa: non si chiama mai violenza. Si chiama legge. Economia. Sicurezza. Ordine pubblico. Interesse nazionale. A volte perfino democrazia.
Poi c’è la seconda violenza. Quella che interviene quando qualcuno prova a mettere in discussione la prima. Quella dei manganelli, dei lacrimogeni, degli arresti, dei tribunali. La prima violenza produce la seconda per proteggere se stessa.
Un meccanismo perfetto. Poi, però, succede qualcosa. Succede che qualcuno, si stanca di prendere calci nei denti. Ed ecco improvvisamente tutti si accorgono della violenza. Prima non vedevano niente. Adesso vedono tutto. Una vetrina rotta, una barricata, uno scontro. Telecamere, edizioni straordinarie, esperti indignati. Tutti a spiegare quanto sia terribile la violenza.
Io invece quei ragazzi vorrei incontrarli. Sedermi con loro e farmi raccontare cosa gli passa per la testa. Senza fare il vecchio stronzo che ha capito tutto della vita. Perché io vengo dal ’77 e non eravamo mica degli angioletti. Anzi. Quelle di oggi al confronto sono noccioline. Eravamo incazzati neri. Avevamo vent’anni, idee gigantesche. Pensavamo di avere ragione su tutto. E spesso avevamo pure ragione. Ma nessuno voleva sentirci.
Ci chiamavano estremisti, fascisti rossi. Poi è finita male. Male sul serio. Qualcuno è morto ucciso dalla polizia. Molti sono finiti in galera. Qualcuno è sparito. E gli altri sono invecchiati. E adesso certi miei coetanei li ritrovo in televisione, con la giacca buona, la pancia sopra la cintura e quella faccia da funerale, a spiegare che i giovani devono imparare a rispettare le regole. Le regole. Proprio loro. Quelli che quarantanove anni fa volevano rovesciare il tavolo adesso si preoccupano che qualcuno gli graffi il parquet.
Io non so dove questa nuova eruzione porterà. Ma una cosa la so. Quando avevamo vent’anni noi, chiedevamo agli adulti di ascoltarci. Non l’hanno fatto. E abbiamo combinato un casino. Adesso siamo noi gli adulti. E sarebbe una bella figura di merda fare esattamente la stessa cosa.
Alfredo Facchini
#alfredofacchini #disagiosociale #violenzaistituzionale
#ascolto
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