Criticare l'ignoranza non vuol dire essere radical chic
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Criticare l'ignoranza non vuol dire essere radical chic
L'editoriale di Nadia Urbinati su "Domani" dell'1/9/2026
Non è scritto nei geni delle classi popolari che debbano volersi liberare dal dominio delle classi potenti, spesso addolcito dal paternalismo – "siamo come una grande famiglia", dicevano gli agrari e gli industriali ai lavoratori, mentre accrescevano il proprio potere, prima coi regimi liberali, poi con quello fascista.
Non è scritto, nonostante il Cristianesimo abbia immesso nella storia il germe dell'eguaglianza nel Padre; ma poi, come i fratelli hanno diversi talenti, così i figli di Dio e, per questo, quell'eguaglianza non si traduce necessariamente in una reazione contro la dipendenza da chi sa e chi ha.
Solo il socialismo ha portato la libertà alla povera gente, scrisse Carlo Rosselli. E dal socialismo partì l'opera di alfabetizzazione delle classi contadine e bracciantili, nella seconda metà dell'Ottocento.
Karl Marx sistematizzò la conoscenza della struttura delle società umane; definì le relazioni di potere come relazioni tra classi e, nel capitalismo, tra le due sole classi rimaste; indicò quindi nella classe operaia la leva per la realizzazione della promessa universale di libertà.
Ma la classe operaia non sta per i singoli lavoratori; non è una categoria morale, né ha il compito di suscitare simpatia per gli umili. Marx non era, del resto, un dirigente politico. Chi portò il socialismo tra le classi popolari scelse una strada oggi largamente ignorata, quella della formazione della coscienza.
I "PROFETI" DEL SOCIALISMO
Scriveva Benedetto Croce che le sedi del Partito socialista a Napoli avevano appese al muro le immagini di Cristo e di Marx, un Marx biondo e simile a Cristo.
I primi "profeti" del socialismo si trovarono di fronte a una realtà durissima: contadini, braccianti agricoli e operai attratti nell'alone delle classi dominanti, pronti ad abbassare la testa davanti al farmacista, al medico, al padrone.
Ignoranti e privi di consapevolezza della loro forza: forza politica del numero e delle braccia da lavoro che potevano incrociare; forza della volontà.
La politica di emancipazione ha dovuto lavorare sodo. Camillo Prampolini , leader socialista e riformista, pacifista e democratico, fece di Reggio Emilia il cuore di un modello di municipalismo sociale centrato sulle scuole, l'assistenza sanitaria, le mense e l'edilizia popolare. Nell'alfabetizzazione vide il primo seme della democrazia.
Attivo prima ancora che nascesse il Partito socialista, comprese che la rappresentanza riformista poteva essere conquistata solo correggendo il sentimento di deferenza dei lavoratori.
L'essere poveri e ignoranti non era, di per sé, un viatico né una condizione da giustificare. La vita materiale costituì il banco di prova del potere del consenso politico.Di qui l'uguaglianza e la dignità della persona, da valori astratti, divennero fatti perché ispirarono legislazioni sociali che toglievano di mezzo la carità privata e la sudditanza clientelare, facendo avanzare tra la gente il senso della legge uguale.
Il socialismo fu, al suo sorgere, come portare il repubblicanesimo nelle relazioni sociali. L'emancipazione non era solo un fatto di legislazione, era un vero e proprio mutamento di vita.
Crebbe così il rispetto verso se stessi e, di conseguenza, la pretesa di riceverlo. I movimenti politici e sindacali furono straordinarie scuole di democrazia, in questo senso concreto.
E i successivi partiti di massa, socialisti, comunisti e cattolici, diventarono università popolari. L'ignoranza non era tollerata né scusata: era combattuta; non per umiliare chi la soffriva, ma per fare di chi la soffriva il protagonista diretto della propria emancipazione.
Le sezioni di partito erano piccole biblioteche e la loro vita consisteva nell'apprendere e insegnare, nell'educare ed essere educati.
Operai che diventavano sindaci e deputati personificavano, nella loro biografia, il senso di quella lunga lotta per liberarsi dalla peggiore forma di subordinazione, quella che vive nella coscienza.
IMBONIRE L'IGNORANZA
Stefano Bonaccini ha ragione da vendere quando dice a Giorgia Meloni che non si imbonisce l'ignoranza , ma la si combatte, e che criticarla non equivale a essere radical chic.
L'accondiscendenza paternalistica all'ignoranza è quanto di peggio si possa avere; è come tornare a quel tempo antico in cui chi non sapeva era deferente verso chi sapeva.
Detto ciò, sui leader della sinistra grava la responsabilità di aver affossato i partiti per farne macchine plebiscitarie.
Alfio Mastropalo ha scritto su Facebook che la loro «managerializzazione» ha avuto effetti disastrosi, «non bilanciati dalla pur giustissima attenzione prestata ai diritti civili», e ha accreditato «tra gli elettori di destra l'immagine di una sinistra di privilegiati, offuscando le politiche del privilegio condotte dai partiti di destra, che se la cavano con i ceti popolari aizzandoli contro gli immigrati».
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