Alfredo Facchini
NO
La disputa sulla giustizia, quella che i salotti televisivi riducono a duello tra paladini dello Stato di diritto e chi lo vorrebbe manomettere, nasconde una Storia più profonda, volutamente rimossa dalla narrazione dominante.
Esiste una terza voce, che rifiuta di inginocchiarsi davanti al mito della toga neutrale: la voce di chi ha visto, generazione dopo generazione, la magistratura italiana non come baluardo imparziale, ma come uno degli ingranaggi più solidi dell’ordine costituito.
Non è nato dal nulla, il potere giudiziario della Repubblica. Molti togati del dopoguerra portavano ancora sulle spalle i soprusi delle aule fasciste. Quella macchina non fu smontata, fu solo riavviata con lo stesso olio. E la cronaca lo dimostrò presto: nelle campagne dove i braccianti venivano falciati dal piombo delle forze dell’ordine, nelle piazze dove gli operai pagavano con il sangue le lotte per il pane e il lavoro. Nessuno pagò: processi eterni, accuse sgonfiate, assoluzioni in serie, inchieste archiviate senza un nome responsabile.
Poi esplosero le bombe: Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus. La strategia della tensione insanguinò il Paese e una parte della magistratura inseguì con ostinazione le piste di sinistra, mentre le trame nere si dissolvevano nella nebbia. Giuseppe Pinelli volò giù da una finestra in questura; Pietro Valpreda divenne il mostro mediatico prima ancora di essere imputato. Anni dopo le sentenze avrebbero fatto giustizia delle accuse, ma le vite erano già state spezzate.
Negli anni Settanta l’ondata repressiva travolse il dissenso. Il 1977 fu l’anno degli arresti di massa, delle carcerazioni preventive infinite. A Roma si parlava del “porto delle nebbie”, tribunale dove le inchieste scomode evaporavano. Giudici dichiaratamente fascisti garantivano impunità oscena. Chi invece indagava sul neofascismo, Occorsio, Amato, restava isolato, vulnerabile.
Il 7 aprile 1979 Pietro Calogero lanciò il teorema della regia unica: Autonomia operaia e Brigate Rosse ridotte a un unico fronte armato. Le aule divennero tribunali politici, strumenti di resa dei conti.
Questo è il curriculum che non si cancella con un colpo di spugna. Non deviazioni episodiche, ma una traiettoria costante perseguita da pezzi di magistratura al servizio dei soliti noti.
Oggi la destra urla contro le toghe rosse, invocando il primato della politica. Una parte dell’opposizione le difende come ultimo baluardo della legalità. Ma chi porta impresse nella memoria quelle stagioni sa che lo Stato di diritto non è mai stato neutro. Ha colpito in basso con durezza sistematica e ha protetto in alto con discrezione chirurgica. È stato campo di battaglia, attraversato da rapporti di forza, continuità opache, reti massoniche, eredità nere mai estirpate.
Si tratta di ricordare. Di restituire spessore storico a un dibattito che altrimenti si consuma nel chiasso dell’attualità, nelle parole d’ordine gridate a reti unificate.
Io voterò No.
Non per santificare l’ordine giudiziario esistente. Meno che mai per arruolarmi sotto la bandiera della magistratura. Scarcerate Hannoun!!!
Voterò No come schiaffo a questo governo insopportabile di estrema destra. Non mi riconosco in nessun apparato giudiziario di questo Stato, segnato da continuità storiche mai recise con il ventennio fascista, da influenze massoniche, da parzialità strutturali. Fingere che la toga sia stata sempre impermeabile a tutto questo significa tradire la storia, riscriverla con la penna del vincitore.
Il mio No è rifiuto politico di chi oggi comanda. È risposta di classe a un’offensiva di classe.
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