RENEE GOOD POTEVA ESSERE SALVATA
Alfredo Facchini

Renée Good rimase in vita per otto minuti. Un’eternità. Secondo il senatore e medico Matt Klein, un dottore presente sul posto si offrì di intervenire subito. Ma gli fu impedito. Un’accusa gravissima.

Ma nell’Amerika di Trump cadrà nel vuoto. Lo Stato ancora una volta farà da scudo intorno a chi ha premuto il grilletto e ai suoi complici. L’agente dell’ICE che ha sparato gira liberamente. Non è in carcere, non è imputato, non è nemmeno sotto processo. È protetto. Coperto. Immune.

L’immunità è una dottrina. Serve a garantire che chi esercita la violenza per conto dello Stato non debba mai risponderne davvero. Renée Good non è morta solo per un colpo d’arma da fuoco. È morta perché l’ICE oggi non risponde ai cittadini, ma solo al potere che la finanzia e la legittima.

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025, la polizia dell’immigrazione non è più un’agenzia federale come le altre. È diventata, una milizia fascista, l’asse portante di una politica punitiva, ideologica, costruita sull’idea che la migrazione sia una colpa e il migrante un nemico interno. Nel primo mandato era un laboratorio. Nel secondo è una macchina a pieno regime.

Al comando c’è Tom Homan, ribattezzato senza ironia lo “Zar del confine”. Oggi rivendica apertamente l’obiettivo: espulsioni di massa, senza filtri, senza priorità, senza eccezioni. La più grande operazione di rimpatrio nella storia statunitense. Detto, promesso, messo a bilancio.

La missione dell’ICE è stata riscritta. Non si parla più di criminalità grave, di interventi mirati. Chi è privo di documenti diventa automaticamente un bersaglio. Punto. Arresto, detenzione, rimpatrio.

Los Angeles, New York, Chicago: sono finite nel mirino. Raid, arresti sul posto di lavoro, per strada, davanti alle scuole. Una sfida aperta alle amministrazioni locali, trasformata in scontro politico permanente. La risposta federale è muscolare. Dove scoppiano proteste, arriva la Guardia Nazionale.

Il Congresso in mano al Trumpismo ha approvato il famigerato “Big Beautiful Bill”: circa 170 miliardi di dollari destinati alla sicurezza interna su più anni. Una fetta gigantesca finisce all’ICE. Risultato: organici quasi raddoppiati, fino a circa 22.000 agenti; centri di detenzione nuovi di zecca o ampliati; voli charter privati che decollano ogni giorno con un solo scopo, riportare indietro corpi indesiderati.

I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan cosa stia succedendo. A fine 2025 oltre 70.000 persone detenute: un record assoluto. Strutture al collasso. Sovraffollamento cronico. Denunce continue. Morti sospette, cure negate, condizioni degradanti. Il governo risponde con la solita formula: “law and order”.

Non è sicurezza. È costruzione del capro espiatorio. L’ICE, così com’è stata riforgiata sotto Trump, non serve a governare l’immigrazione. Serve a mostrare forza, a produrre paura, a tenere in piedi una narrazione elettorale permanente. Una guerra interna suprematista combattuta contro chi ha meno diritti, meno voce, meno difese.




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