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Lo sbilico - Discussione

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  • Eh, su questo libro mi trovo molto spiazzato, potrei definirlo come un “pugno allo stomaco” ma dato molto bene.

    È come si dice anche in altre occasioni meno calzanti un viaggio nella “follia”, nella psiche umana e in quello che accade nella mente di una persona neurodivergente, matta, anormale, ho usato termini forti spesso dispregiativi in modo consapevole, l’autore non prova a raccontare dal punto di vista medico quello che succede ad una persona dall’altra parte della barricata della sanità mentale, ma ci si trova dentro; il suo passare tra ricordi anche molto pesanti (la parte sulla campagna e sugli animali è terribile), infilandosi in deliri per poi tornare ad un’analisi lucida della sua condizione, alla consapevolezza della sua malattia e della ricaduta che ha soprattutto sulla madre, al sentirsi alieno in un mondo che non lo comprendeva soprattutto da piccolo lascia un grande amaro in bocca. Non pensavo potesse essere così pesante ed evocativo.



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  • Eh, su questo libro mi trovo molto spiazzato, potrei definirlo come un “pugno allo stomaco” ma dato molto bene.

    È come si dice anche in altre occasioni meno calzanti un viaggio nella “follia”, nella psiche umana e in quello che accade nella mente di una persona neurodivergente, matta, anormale, ho usato termini forti spesso dispregiativi in modo consapevole, l’autore non prova a raccontare dal punto di vista medico quello che succede ad una persona dall’altra parte della barricata della sanità mentale, ma ci si trova dentro; il suo passare tra ricordi anche molto pesanti (la parte sulla campagna e sugli animali è terribile), infilandosi in deliri per poi tornare ad un’analisi lucida della sua condizione, alla consapevolezza della sua malattia e della ricaduta che ha soprattutto sulla madre, al sentirsi alieno in un mondo che non lo comprendeva soprattutto da piccolo lascia un grande amaro in bocca. Non pensavo potesse essere così pesante ed evocativo.



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    Nonostante libro si legga in modo scorrevole ed è scritto bene, è al contempo anche un libro doloroso da leggere. A tratti, infatti, è così duro che mi è venuta spesso la voglia di smettere di leggere. Eppure ho continuato, anche se alcune parti le ho affrontate velocemente, quasi saltandole. Entrare nella testa dell’autore non mi fa stare bene. Sapere, poi, che è una storia vera rende tutto ancora più pesante.

    L'autore racconta con grande lucidità fantasie disturbanti, paure ossessive, allucinazioni, sogni inquieti. Questa sincerità estrema, a mio avviso, è eccessiva. Mi sono spesso augurato che una parte di ciò che racconta fosse inventata, perché leggere certi pensieri, sapendo che appartengono davvero all’autore, fa male.

    Ci sono momenti in cui il libro sembra aprire uno spiraglio di speranza. La rivalsa sui professori che non lo capiscono, la laurea raggiunta nonostante tutto. Ma subito dopo si torna a un passato familiare profondamente disturbante: una madre che lo fa dormire quasi tutto il giorno (una madre che non ha mai davvero accettato la morte del secondo figlio, morto appena nato, e che ha finito per riversare su di lui una rabbia e un dolore irrisolti), un padre che nega ogni problema, una nonna che uccide animali davanti a lui, gli occhi finti del bisnonno conservati in un cassetto, le confessioni sulle sue fantasie sessuali, l’uso costante di droghe. È davvero tanta roba tutta insieme, al punto da sembrare quasi una sfida alla credibilità. È difficile non chiedersi come una sola persona possa reggere un accumulo simile di traumi e paranoie.Tra gli episodi più disturbanti c’è anche la scena del neonato morto, che lui immagina di voler ricucire dopo l’autopsia. È un’immagine difficilissima da sostenere, che contribuisce a rendere l’atmosfera del libro soffocante e inquieta.

    Non sono un esperto, ma viene spontaneo pensare che tutte queste diagnosi e disturbi psicologici possano essere manifestazioni diverse di un unico problema. Forse, se analizzati troppo a fondo, rischiamo tutti di finire etichettati. Non ho nulla contro la psicoanalisi, anzi, parlare fa bene e non fa male a nessuno. Però nel libro c’è una continua tendenza, da parte del protagonista, a chiedere il ricovero in ospedale ogni volta che sente arrivare una crisi. A volte sembra quasi una via di fuga, più che una reale necessità, anche se magari sono io a sottovalutare la cosa.

    Fa particolarmente male leggere che l’autore è convinto che, alla morte della madre, finirà inevitabilmente rinchiuso in una clinica.

    Alla fine l’ho letto ma mi ha fatto stare male, a disagio, mentre lo leggevo e per come vedo io la lettura, un libro non dovrebbe fare questo. È vero che può aumentare la consapevolezza su qualcosa di invisibile, come il disagio mentale, ma quando è troppo rischia di fare più male che bene. Un libro, per coinvolgermi davvero, dovrebbe elevare, divertire, far riflettere, insegnare qualcosa. Non impressionarmi fino a stare male.

    Un esempio che mi ha colpito è il passaggio sulla stazione di Milano, quando dice di non poter rivedere perché altrimenti sverrebbe: “Morirei di dolore, di dolore e nostalgia”. Questo atteggiamento mi è sembrato a tratti infantile per una persona di quarant’anni. Potrei anche accettarlo, se non fosse che tutto è raccontato direttamente da lui in maniera molto lucida. Non a caso lo psichiatra gli dice che gli altri pazienti, a differenza sua, non ragionano in modo così maniacale sulla propria condizione di malati, e che la maniacalità difficilmente è rivolta alla propria malattia. Eppure, subito dopo, lui lo supplica di farsi ricoverare, anche se fino a poco prima non sembrava stare così male.

    Un aspetto che ho trovato curioso è la sua fissazione per le parole cadute in disuso. Alcune mi sono sembrate persino inventate, anche se apprezzo lo sforzo linguistico. Mi ha però colpito il fatto che, nelle Note e Ringraziamenti, ringrazi con grande enfasi gli autori che ha letto, i dizionari consultati, i poeti da cui ha tratto parole desuete, quasi fossero la parte più importante della sua vita e lui fosse ripiegato solo su se stesso e sul proprio mondo mentale.

    Va detto, però, che il finale è stranamente poetico. L’idea di far rinascere simbolicamente il fratellino come una farfalla, attraverso le parole scritte su di lui, introduce una delicatezza inattesa. È forse l’unico momento in cui la scrittura, pur restando dolorosa, riesce a trasformare il trauma in qualcosa di più leggero, quasi salvifico.

    In sintesi, riconosco il valore stilistico del libro e il coraggio della sincerità, ma per me il risultato è un’esperienza di lettura troppo dolorosa e soffocante.



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  • Nonostante libro si legga in modo scorrevole ed è scritto bene, è al contempo anche un libro doloroso da leggere. A tratti, infatti, è così duro che mi è venuta spesso la voglia di smettere di leggere. Eppure ho continuato, anche se alcune parti le ho affrontate velocemente, quasi saltandole. Entrare nella testa dell’autore non mi fa stare bene. Sapere, poi, che è una storia vera rende tutto ancora più pesante.

    L'autore racconta con grande lucidità fantasie disturbanti, paure ossessive, allucinazioni, sogni inquieti. Questa sincerità estrema, a mio avviso, è eccessiva. Mi sono spesso augurato che una parte di ciò che racconta fosse inventata, perché leggere certi pensieri, sapendo che appartengono davvero all’autore, fa male.

    Ci sono momenti in cui il libro sembra aprire uno spiraglio di speranza. La rivalsa sui professori che non lo capiscono, la laurea raggiunta nonostante tutto. Ma subito dopo si torna a un passato familiare profondamente disturbante: una madre che lo fa dormire quasi tutto il giorno (una madre che non ha mai davvero accettato la morte del secondo figlio, morto appena nato, e che ha finito per riversare su di lui una rabbia e un dolore irrisolti), un padre che nega ogni problema, una nonna che uccide animali davanti a lui, gli occhi finti del bisnonno conservati in un cassetto, le confessioni sulle sue fantasie sessuali, l’uso costante di droghe. È davvero tanta roba tutta insieme, al punto da sembrare quasi una sfida alla credibilità. È difficile non chiedersi come una sola persona possa reggere un accumulo simile di traumi e paranoie.Tra gli episodi più disturbanti c’è anche la scena del neonato morto, che lui immagina di voler ricucire dopo l’autopsia. È un’immagine difficilissima da sostenere, che contribuisce a rendere l’atmosfera del libro soffocante e inquieta.

    Non sono un esperto, ma viene spontaneo pensare che tutte queste diagnosi e disturbi psicologici possano essere manifestazioni diverse di un unico problema. Forse, se analizzati troppo a fondo, rischiamo tutti di finire etichettati. Non ho nulla contro la psicoanalisi, anzi, parlare fa bene e non fa male a nessuno. Però nel libro c’è una continua tendenza, da parte del protagonista, a chiedere il ricovero in ospedale ogni volta che sente arrivare una crisi. A volte sembra quasi una via di fuga, più che una reale necessità, anche se magari sono io a sottovalutare la cosa.

    Fa particolarmente male leggere che l’autore è convinto che, alla morte della madre, finirà inevitabilmente rinchiuso in una clinica.

    Alla fine l’ho letto ma mi ha fatto stare male, a disagio, mentre lo leggevo e per come vedo io la lettura, un libro non dovrebbe fare questo. È vero che può aumentare la consapevolezza su qualcosa di invisibile, come il disagio mentale, ma quando è troppo rischia di fare più male che bene. Un libro, per coinvolgermi davvero, dovrebbe elevare, divertire, far riflettere, insegnare qualcosa. Non impressionarmi fino a stare male.

    Un esempio che mi ha colpito è il passaggio sulla stazione di Milano, quando dice di non poter rivedere perché altrimenti sverrebbe: “Morirei di dolore, di dolore e nostalgia”. Questo atteggiamento mi è sembrato a tratti infantile per una persona di quarant’anni. Potrei anche accettarlo, se non fosse che tutto è raccontato direttamente da lui in maniera molto lucida. Non a caso lo psichiatra gli dice che gli altri pazienti, a differenza sua, non ragionano in modo così maniacale sulla propria condizione di malati, e che la maniacalità difficilmente è rivolta alla propria malattia. Eppure, subito dopo, lui lo supplica di farsi ricoverare, anche se fino a poco prima non sembrava stare così male.

    Un aspetto che ho trovato curioso è la sua fissazione per le parole cadute in disuso. Alcune mi sono sembrate persino inventate, anche se apprezzo lo sforzo linguistico. Mi ha però colpito il fatto che, nelle Note e Ringraziamenti, ringrazi con grande enfasi gli autori che ha letto, i dizionari consultati, i poeti da cui ha tratto parole desuete, quasi fossero la parte più importante della sua vita e lui fosse ripiegato solo su se stesso e sul proprio mondo mentale.

    Va detto, però, che il finale è stranamente poetico. L’idea di far rinascere simbolicamente il fratellino come una farfalla, attraverso le parole scritte su di lui, introduce una delicatezza inattesa. È forse l’unico momento in cui la scrittura, pur restando dolorosa, riesce a trasformare il trauma in qualcosa di più leggero, quasi salvifico.

    In sintesi, riconosco il valore stilistico del libro e il coraggio della sincerità, ma per me il risultato è un’esperienza di lettura troppo dolorosa e soffocante.



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    Concordo con te, mi sono spesso trovato a leggere pagine sentendo al di la del disagio anche una sensazione di incupimento o di sentirsi come trascinare in un gorgo. Mi ha però fatto riflettere anche su quale è la moltitudine di pensieri che ha in testa una persona con delle condizioni mentali per l’appunto in bilico e di come il mondo che la circonda non l’aiuta, partendo dalla scuola, i professori, lo stabilimento balneare ecc… Spesso la fragilità è vista come un peso, qualcosa da evitare, schernire, allontanare, vero è che non è mai facile avere a che fare con persone con problemi psichiatrici ma il senso di superficialità da parte delle altre persone si sente parecchio nel libro.



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  • Eh, su questo libro mi trovo molto spiazzato, potrei definirlo come un “pugno allo stomaco” ma dato molto bene.

    È come si dice anche in altre occasioni meno calzanti un viaggio nella “follia”, nella psiche umana e in quello che accade nella mente di una persona neurodivergente, matta, anormale, ho usato termini forti spesso dispregiativi in modo consapevole, l’autore non prova a raccontare dal punto di vista medico quello che succede ad una persona dall’altra parte della barricata della sanità mentale, ma ci si trova dentro; il suo passare tra ricordi anche molto pesanti (la parte sulla campagna e sugli animali è terribile), infilandosi in deliri per poi tornare ad un’analisi lucida della sua condizione, alla consapevolezza della sua malattia e della ricaduta che ha soprattutto sulla madre, al sentirsi alieno in un mondo che non lo comprendeva soprattutto da piccolo lascia un grande amaro in bocca. Non pensavo potesse essere così pesante ed evocativo.



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    Come al solito ho letto il libro “al buio” e solo dopo ho saputo che è una autobiografia.

    La prima cosa che non posso fare a meno di notare è quella del paradosso generato dal fatto che si tratta di un libro nel quale un folle racconta la sua follia. Anche se siamo abituati a leggere libri che contengono storie inverosimili, come nei libri di fantasy, in questo caso - una autobiografia - il “corto circuito” è inevitabile. A me è venuto da chiedermi quanto del libro sia un racconto di fatti concretamente verificatisi e quanto appartenga alle elucubrazioni di un folle e, soprattutto, quanto di questi pensieri e vissuti siano poi stati riportati fedelmente su carta. Poi mi sono detto che questa riflessione non aveva molto senso visto che il libro è stato pubblicato in una collana di romanzi e non su una rivista scientifica e quindi come tale andrebbe trattato. Anche se so benissimo che poi le riflessioni e i giudizi di chi lo legge andranno sempre in una direzione opposta.

    Il libro non è scritto male ma l’ho trovato decisamente troppo lungo, nel senso che - visto il contenuto alquanto ripetitivo - poteva anche avere 100 pagine meno senza perdere di efficacia. Per cui mentre lo leggevo mi sono un po’ annoiato, specialmente quando leggevo continui e continui riferimenti a farmaci e ad argomenti di anatomia e fisiologia. Non mi ha provocato particolare empatia o sentimenti di angoscia ma questo è dovuto al mio background di vita e di studio.

    Penso che il libro potrebbe risultare utile alle persone che hanno interesse a cercare di approfondire la conoscenze della follia non limitandosi solo ai testi di studio, anche se però dovrebbero già sapere che ogni folle è folle a modo suo, nonostante le “etichette” che vengono date. Come romanzo non mi sembra memorabile.

    Non riesco a dare un giudizio complessivo del libro, salvo dire che non è il genere di letture che preferisco.

    N.B. Penso che si sia capito che ho usato la parola “folle” perché è quella più piccola (5 lettere) che mi è venuta in mente per evitare di perder tempo a valutare l’enorme quantità di altri termini possibili.



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  • Eh, su questo libro mi trovo molto spiazzato, potrei definirlo come un “pugno allo stomaco” ma dato molto bene.

    È come si dice anche in altre occasioni meno calzanti un viaggio nella “follia”, nella psiche umana e in quello che accade nella mente di una persona neurodivergente, matta, anormale, ho usato termini forti spesso dispregiativi in modo consapevole, l’autore non prova a raccontare dal punto di vista medico quello che succede ad una persona dall’altra parte della barricata della sanità mentale, ma ci si trova dentro; il suo passare tra ricordi anche molto pesanti (la parte sulla campagna e sugli animali è terribile), infilandosi in deliri per poi tornare ad un’analisi lucida della sua condizione, alla consapevolezza della sua malattia e della ricaduta che ha soprattutto sulla madre, al sentirsi alieno in un mondo che non lo comprendeva soprattutto da piccolo lascia un grande amaro in bocca. Non pensavo potesse essere così pesante ed evocativo.



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    Appena finito di leggere, e premetto che in alcuni casi ho dovuto interrompere e un po’ staccare e dedicarmi a altro per prendere distanza e lasciar digerire quello che avevo appena letto. Quando ho proposto questo libro per il club sono stata spinta sicuramente da miei interessi personali, dai miei studi, ma soprattutto da curiosità verso le parole qualcuno che la “follia” la prova tutti i giorni. Alla fin fine credo che il titolo sia azzeccato, lo sbilico è proprio questo essere totalmente sballottati al di qua o al di là di un limite invisibile e sottilissimo, quello che c’è tra l’essere agganciati al principio di realtà e il non esserlo. Trovo notevole il fatto che l’autore sia in grado di parlare della sua malattia e di descriverla con questa lucidità, ma come spesso racconta anche questa sua capacità di analisi di qualsiasi cambiamento fisico e umorale in fin dei conti può essere considerata frutto della malattia stessa, da un certo punto di vista è un libro ombelicale, concentrato sulla percezione deformata della realtà per la maggior parte del tempo. Come molti hanno raccontato già, alcune cose le ho trovate estremamente disturbanti, nel mio caso per esempio il capitolo in cui racconta la nonna che gli scuoiava i conigli davanti è risultato quasi illeggibile, di una crudezza un po’ senza senso (eh lo so, con gli anni sono diventata una mammoletta e non sopporto un sacco di cose). Il finale anch’io l’ho trovato estremamente poetico, mi ha dato l’impressione di voler dare una sorta di chiave di lettura, il libro si conclude con il suo voler rimettere insieme il corpo spezzettato del fratellino morto, e in conclusione di farlo rivivere attraverso le sue carte, facendolo diventare appunto una farfalla da portare a casa per ristabilire l’unità andata persa. Come il corpo del fratello morto anche il suo interno sembra essere spezzettato, e voler ricomporre l’unità dei tre fratelli al cospetto della madre è un po’ come cercare di ristabilire un intero al suo interno, come se l’unità esterna potesse in qualche modo aggiustare il suo essere rotto internamente. Altro discorso è il personaggio della madre, amata e odiata, ancora di salvezza e donna da cui scappare a Milano, lei stessa vittima degli avvenimenti della sua di vita.

    In conclusione non riesco a dire se mi sia piaciuto o no, l’ho affrontato come un esperimento e un viaggio all’interno di una mente non sana, e secondo me il fatto che sia un romanzo e che pertanto sia stato in qualche occasione adattato, come dice l’autore alla fine, non toglie nulla alla veridicità delle parole, anzi forse proprio questa forma gli ha permesso di esprimersi con più libertà, tenendo anche le parti più estreme o disturbanti, senza però la pretesa della precisione analitica e asettica dell’articolo scientifico.



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  • Le ragazze della Singer - Libro di Gennaio 2026

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    ninja.banshee@discuti.gatti.ninjaN
    Sono mortificato per quanto abbia lasciato indietro questo gruppo! Arriverò prima o poi.Discutine sul nostro forum.
  • Sondaggio libri gennaio-febbraio 2026

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  • Scelta libro Gennaio-Febbraio 2026

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    pepsy@discuti.gatti.ninjaP
    Mi adeguo a Rapita e propongo un libro recente, “La lettera d’amore” di Cathleen Schine e un classico, “Troppo buoni con le donne” di Raymond Queneau. Il primo è politicamente corretto il secondo anche no.Discutine sul nostro forum.
  • Baumgartner - Discussione

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    ossimorosa@discuti.gatti.ninjaO
    Con calma che arrivo eh, faccio la sessione di recupero.Finito qualche giorno fa.Dopo un inizio promettente, mi sono lentamente trascinata nella lettura, altalenando pagine che scorrevano una dietro l’altra con altre in cui le frasi non finivano mai e mi ritrovavo a rileggere più volte lo stesso periodo.Come avete già scritto riproduce una mente che divaga in maniera non lineare, per blocchi di argomenti. Le parti che ho trovato più interessanti stranamente nessuno le ha citate qui sopra: le narrazioni dell’infanzia di Anna e dei genitori di Sy. Mi è piaciuto molto in particolare il ritratto che fa del padre, onestamente crudele e con un pizzico di tenerezza che si intuisce nel come ricorda certe incongruenze nel suo modo di vivere e di pensare.L’ultima parte del libro mi ha piuttosto annoiata, e l’ho terminato con un senso di incompiutezza in bocca che però non saprei dire come potrebbe essere modificato. Poteva chiudersi prima, con i lavori in casa che terminano e lui che si siede in poltrona a chiacchierare al telefono con la ricercatrice che sta per raggiungerlo.Ho letto altri libri che non hanno praticamente trama o che ne hanno più d’una e piuttosto caotica, come ad esempio Casa di giorno, casa d notte di Olga Tokarczuk, ma non mi hanno lasciato questa sensazione sospesa ed indistinta.Discutine sul nostro forum.
  • Sondaggio libri di Novembre-Dicembre 2025

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    twisterrm@discuti.gatti.ninjaT
    Hai assolutamente ragione scusa! Ero convinto di averla inserita, tenendo conto del tuo voto vince Baumgartner poi a dicembre leggeremo Lo sbilicoDiscutine sul nostro forum.
  • Scelta libro Novembre-Dicembre 2025

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    rapita@discuti.gatti.ninjaR
    vabbè, direi che non è un problema. Nel caso vincesse sappiamo la correzioneDiscutine sul nostro forum.
  • Le Cosmicomiche - Discussione

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    levysoft@discuti.gatti.ninjaL
    Di Calvino, quando ero piccolo, grazie a mio padre, avevo letto molto: Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, Le città invisibili e Se una notte d'inverno un viaggiatore, ma questa raccolta di racconti non avevo ancora avuto modo di leggerla, per questo l’ho proposta e ha rispettato in pieno le mie aspettative e lo riassumerei con una semplice frase: Infinite Meraviglie.“Memorabili imprese ha compiuto il nominato Qfwfq…” scrive Eugenio Montale nella postfazione, e in effetti Qfwfq è molto più di un narratore: è la voce dell’universo stesso, che racconta la propria memoria cosmica con ironia, poesia e stupore.Italo Calvino costruisce dodici racconti in bilico tra scienza e mito, dove la cosmologia diventa favola e l’origine dell’universo prende la forma di un racconto di famiglia.I protagonisti di queste storie sembrano uomini, ma non lo sono: sono essenze eteree, entità cosmiche, molluschi, pesci, dinosauri, atomi. Eppure, sotto tutte queste forme, si nasconde sempre lo stesso narratore: Qfwfq, creatura senza tempo che attraversa le ere dell’universo mutando aspetto ma conservando memoria e voce. È lui il filo che unisce i racconti, il testimone dell’evoluzione cosmica e umana. Attraverso di lui, Calvino parla di noi: del desiderio, della memoria, dell’amore, dell’evoluzione, della solitudine, e soprattutto del bisogno umano di dare senso al caos.Ogni racconto parte da una teoria scientifica reale (spesso citata o ironicamente riportata in epigrafe) o anche datata (come la teoria dello stato stazionario dell’universo) per trasformarla in un mito moderno.Calvino usa la scienza come mitologia moderna. Ogni teoria cosmica diventa pretesto per riflettere sull’amore, la memoria, la conoscenza, l’identità.La voce di Qfwfq unisce ironia e malinconia: racconta l’universo con la leggerezza di chi ha visto tutto e non giudica nulla.La scrittura è precisa ma giocosa, con un linguaggio a metà tra la cronaca scientifica e la fiaba surreale.Il risultato è un libro che parla di astronomia ma in realtà parla di noi, di come cerchiamo un senso, un segno, un legame, in un cosmo che sembra troppo grande per contenerli.Sono rimasto colpito anche dal modo in cui Calvino scrive con un “linguaggio prima del linguaggio”, mettendo in scena un universo che ancora non possiede nomi, e tuttavia pensa, ricorda, scommette. Per raccontarlo usa paradossi, definizioni per assenza, ossimori che creano senso mentre lo negano. Parla di un segno quando il segno non esiste, di parole e numeri non ancora inventati, di forme pensate senza avere forma. Così il racconto diventa laboratorio semantico: il lessico si genera mentre accade il mondo e l’esperienza precede il vocabolario e trasforma il non detto in energia narrativa e fa sentire il lettore al punto di nascita di cose e concetti.Ogni racconto è un piccolo Big Bang di idee: ironiche, malinconiche, luminose.Racconta il nostro bisogno di appartenere e di lasciare un segno, anche sapendo che tutto finirà disperso tra le galassie. Come la conchiglia del mollusco, la letteratura di Calvino ci insegna che creare qualcosa di bello, anche se non potremo vederlo, è già dare forma all’universo.Ora alcune considerazioni sparse su alcuni racconti:“La distanza della luna” mi ha ricordato (e infatti lo ha ispirato) il corto Pixar La Luna (2011) di Enrico Casarosa (in cui gli adulti preparano scale per salire fino alla luna e spazzare le stelle) e il film Upside Down (2012), che ne riprendono il tema dell’amore “rovesciato” tra mondi diversi.La fine di “In Senza colori” mi ha ricordato il mito di Orfeo che discese negli Inferi per riportare in vita la sua amata Euridice (episodio riportato in auge anche nella seconda stagione di Sandman); Ade e Persefone che acconsentirono a patto che non si voltasse a guardarla finché non fossero entrambi usciti dal regno dei morti. Ma poco prima di raggiungere la luce, Orfeo, vinto dall’amore e dal dubbio, si voltò, e in quell’istante Euridice scomparve per sempre negli Inferi.In “Giochi Senza fine**”** mi è piaciuta questa filastrocca:"Tiritiritiritirise non tiri ti ritiriquanti tiri quanti tiri tu non tiritanti tiri tirerò."Nello “Zio acquatico**”** mi è piaciuto il Prozio Pesce!“Quanto scommettiamo” è uno dei racconti più surreali e non sense, quando parlano con parole che ancora non sono state inventate, numeri che ancora non sono state inventate, scommettono cose che non sono state inventate,Il racconto di “I Dinosauri” mi ha ricordato molto il film “L'era Glaciale” anche per quel modo scanzonato di raccontare.In ”La forma dello spazio”, è affascinante come Calvino riesca a fare un racconto di in pratica 3 rette parallele che forse si incontreranno all'infinito. Geniale!Nel racconto “Gli anni-luce” mi ha colpito l’immagine delle nostre azioni, positive o negative, paragonate a un lunghissimo polinomio impossibile da ridurre a un’espressione più semplice: ogni gesto resta lì, sommato agli altri, senza potersi mai cancellare del tutto. E, forse in modo un po’ semplicistico, ho pensato all’ansia che oggi molti provano sui social network, dove si vive costantemente sotto lo sguardo altrui, cercando di apparire perfetti: foto impeccabili, viaggi curati, vite “filtrate”. Tutto diventa una vetrina di sé, più che un riflesso autentico. Ho trovato ironica e attualissima la scena dei cartelli che segnalano cosa guardare o meno, come se fossero i moderni “like” e “dislike”. Calvino non poteva prevedere i social, ma sembra averne intuito il meccanismo profondo: il bisogno antico dell’uomo di essere visto e approvato, di lasciare un segno, anche quando quel segno non ci rappresenta davvero.Infine "La spirale" è forse il più poetico di tutti in cui un mollusco che non sapeva la sua forma, perché non la vedeva; non pensava, perché non aveva un cervello e genera la sua conchiglia a spirale (che non vedrà mai) ma grazie a lui, così crede, anche gli altri animali avranno gli occhi perché ora hanno qualcosa da vedere.Discutine sul nostro forum.
  • Le Cosmicomiche - Libro di novembre 2025

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    levysoft@discuti.gatti.ninjaL
    Eh si io intendevo proprio il primo quello da 12 … poi se uno ha quello più completo si può sempre fermare alle prime 12 Discutine sul nostro forum.

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