Nonostante libro si legga in modo scorrevole ed è scritto bene, è al contempo anche un libro doloroso da leggere. A tratti, infatti, è così duro che mi è venuta spesso la voglia di smettere di leggere. Eppure ho continuato, anche se alcune parti le ho affrontate velocemente, quasi saltandole. Entrare nella testa dell’autore non mi fa stare bene. Sapere, poi, che è una storia vera rende tutto ancora più pesante.
L'autore racconta con grande lucidità fantasie disturbanti, paure ossessive, allucinazioni, sogni inquieti. Questa sincerità estrema, a mio avviso, è eccessiva. Mi sono spesso augurato che una parte di ciò che racconta fosse inventata, perché leggere certi pensieri, sapendo che appartengono davvero all’autore, fa male.
Ci sono momenti in cui il libro sembra aprire uno spiraglio di speranza. La rivalsa sui professori che non lo capiscono, la laurea raggiunta nonostante tutto. Ma subito dopo si torna a un passato familiare profondamente disturbante: una madre che lo fa dormire quasi tutto il giorno (una madre che non ha mai davvero accettato la morte del secondo figlio, morto appena nato, e che ha finito per riversare su di lui una rabbia e un dolore irrisolti), un padre che nega ogni problema, una nonna che uccide animali davanti a lui, gli occhi finti del bisnonno conservati in un cassetto, le confessioni sulle sue fantasie sessuali, l’uso costante di droghe. È davvero tanta roba tutta insieme, al punto da sembrare quasi una sfida alla credibilità. È difficile non chiedersi come una sola persona possa reggere un accumulo simile di traumi e paranoie.Tra gli episodi più disturbanti c’è anche la scena del neonato morto, che lui immagina di voler ricucire dopo l’autopsia. È un’immagine difficilissima da sostenere, che contribuisce a rendere l’atmosfera del libro soffocante e inquieta.
Non sono un esperto, ma viene spontaneo pensare che tutte queste diagnosi e disturbi psicologici possano essere manifestazioni diverse di un unico problema. Forse, se analizzati troppo a fondo, rischiamo tutti di finire etichettati. Non ho nulla contro la psicoanalisi, anzi, parlare fa bene e non fa male a nessuno. Però nel libro c’è una continua tendenza, da parte del protagonista, a chiedere il ricovero in ospedale ogni volta che sente arrivare una crisi. A volte sembra quasi una via di fuga, più che una reale necessità, anche se magari sono io a sottovalutare la cosa.
Fa particolarmente male leggere che l’autore è convinto che, alla morte della madre, finirà inevitabilmente rinchiuso in una clinica.
Alla fine l’ho letto ma mi ha fatto stare male, a disagio, mentre lo leggevo e per come vedo io la lettura, un libro non dovrebbe fare questo. È vero che può aumentare la consapevolezza su qualcosa di invisibile, come il disagio mentale, ma quando è troppo rischia di fare più male che bene. Un libro, per coinvolgermi davvero, dovrebbe elevare, divertire, far riflettere, insegnare qualcosa. Non impressionarmi fino a stare male.
Un esempio che mi ha colpito è il passaggio sulla stazione di Milano, quando dice di non poter rivedere perché altrimenti sverrebbe: “Morirei di dolore, di dolore e nostalgia”. Questo atteggiamento mi è sembrato a tratti infantile per una persona di quarant’anni. Potrei anche accettarlo, se non fosse che tutto è raccontato direttamente da lui in maniera molto lucida. Non a caso lo psichiatra gli dice che gli altri pazienti, a differenza sua, non ragionano in modo così maniacale sulla propria condizione di malati, e che la maniacalità difficilmente è rivolta alla propria malattia. Eppure, subito dopo, lui lo supplica di farsi ricoverare, anche se fino a poco prima non sembrava stare così male.
Un aspetto che ho trovato curioso è la sua fissazione per le parole cadute in disuso. Alcune mi sono sembrate persino inventate, anche se apprezzo lo sforzo linguistico. Mi ha però colpito il fatto che, nelle Note e Ringraziamenti, ringrazi con grande enfasi gli autori che ha letto, i dizionari consultati, i poeti da cui ha tratto parole desuete, quasi fossero la parte più importante della sua vita e lui fosse ripiegato solo su se stesso e sul proprio mondo mentale.
Va detto, però, che il finale è stranamente poetico. L’idea di far rinascere simbolicamente il fratellino come una farfalla, attraverso le parole scritte su di lui, introduce una delicatezza inattesa. È forse l’unico momento in cui la scrittura, pur restando dolorosa, riesce a trasformare il trauma in qualcosa di più leggero, quasi salvifico.
In sintesi, riconosco il valore stilistico del libro e il coraggio della sincerità, ma per me il risultato è un’esperienza di lettura troppo dolorosa e soffocante.
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