Il "No" che riapre la partita della partecipazione.

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Questo post nasce dall'incontro di scrittura tra me e l'amico @piedea.bsky.social, che ringrazio con affetto.

Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli.

In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento.

La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.

Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall'alto, imposta a colpi di fiducia. In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata devono essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.

Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza.

Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.

C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.

L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze. In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non solo come delega episodica ai partiti.

Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo. L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.

Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo. Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.

Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico.


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