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  • L'UNICO POSTO IN CUI LA "SINISTRA"... (R)ESISTE è IL RICORDO


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    L'UNICO POSTO IN CUI LA "SINISTRA"... (R)ESISTE è IL RICORDO

    Parte 1

    di Lavinia Marchetti

    L'INFANZIA DEL SOSPETTO

    - Chiedo perdono. Un lungo pippone su qualcosa che non esiste, eppure lucra su di noi e avrebbe anche la pretesa di rappresentarci.

    Quando i miei sensi hanno cominciato a decodificare il mondo in chiave non più magica, ma logica, insomma attorno ai 9 anni (non so se Piaget sarebbe d'accordo, ma nel caso non lo fosse gli darei ragione), ricordo mio padre disperato girare nervosamente per la sala imprecando. Berlusconi aveva appena vinto le elezioni. Mio padre non si capacitava di come gli italiani fossero caduti in quello che lui chiamava "tranello del capitale". In quel momento la sinistra sembrava ancora quella di sempre. Nei Democratici di Sinistra militavano figure come Achille Occhetto e Massimo D’Alema, reduci dalla svolta post-comunista; sull’altro versante c’era Rifondazione Comunista, guidata da Fausto Bertinotti insieme al veterano Armando Cossutta, a difesa dell’eredità del PCI. Il Muro di Berlino era crollato da pochi anni, ma certi valori parevano ancora inalienabili. Si parlava di colpire le grandi ricchezze con una patrimoniale e di rafforzare lo Stato sociale, sfogliando oggi “L’unità” di quegli anni sembrava davvero che in Italia ci fosse un’opposizione. In seconda pagina le case popolari rientravano nelle priorità pubbliche, il lavoro stabile era considerato un diritto irrinunciabile, i diritti dei lavoratori un fondamento della democrazia. Nessuno esaltava ancora la flessibilità, quel concetto sarebbe entrato nel lessico solo più tardi, man mano che il precariato avanzava. E il movimento altermondialista, il cosiddetto no global, doveva ancora nascere e già aveva ragione. Insomma, in quei primi anni ’90 la sinistra italiana aveva difetti e limiti, ma conservava una parvenza di identità storica fatta di giustizia sociale e lotta all’ingiustizia economica. Mio padre, che quella sera imprecava contro l’ascesa del Cavaliere, era figlio di quell’idea di sinistra e credeva davvero che certe battaglie dovessero continuare. Guardandomi indietro, con gli occhi di oggi, provo una malinconia quasi spietata per quelle speranze. Erano ingenue, forse, ma tenevano accesa una fiamma collettiva. Oggi di quella fiamma restano solo braci fumanti e stanze buie.

    GENOVA 2001: LA FERITA E IL RIFIUTO E L'ANTIBERLUSCONISMO COME COPERTA SBRINDELLATA

    Ho capito davvero cosa stava diventando la sinistra italiana nel luglio 2001, a Genova. Avevo quindici anni e andai con mio padre a Genova, contro il G8 dei globalismi (e oggi vediamo dove ci hanno portati). Le cariche della polizia, il sangue in piazza, massacri, torture, sospensione del diritto. Le strade erano invase da giovani che contestavano un’idea di globalizzazione liberista e volevano dare voce agli ultimi; lo Stato rispose con la violenza cieca. Fu come vedere un sipario che si strappa. Da una parte c’era un movimento di opposizione dal basso, generoso e globale; dall’altra, la politica istituzionale che voltava lo sguardo o balbettava giustificazioni. Proprio in quei giorni, mentre i governi archiviavano in fretta le responsabilità per le torture alla scuola Diaz e a Bolzaneto, e le posizioni della sinistra governativa erano tiepide e non capirono subito la gravità di ciò che era successo, io capii che non avrei mai votato per questa sinistra, anzi se le istituzioni avevano permesso e attuato tutto ciò, di certo non avrei votato nessuno là dentro. La delusione non nacque all’improvviso: covava da tempo, almeno dagli anni di Tangentopoli e della fine del PCI. Ma Genova 2001 fu uno spartiacque simbolico. Mi resi conto che i partiti che si dichiaravano di sinistra erano ormai entità senz’anima, pronte a rinnegare i propri ideali pur di restare nel gioco del potere. Sopravviveva un solo collante a tenerle insieme: la paura e l’odio verso un nemico comune, Silvio Berlusconi. Per anni, in effetti, l’unica cosa che ha dato una parvenza di unità alla sinistra italiana è stata l’antiberlusconismo. Parlo per esperienza. Quanti conoscenti ho visto negli, anni, un ventennio, tappandosi il naso votare prima PDS, poi DS e infine PD, non perché ne condividessero il programma (quando c’era), ma “turandosi il naso” pur di sbarrare la strada al Cavaliere! Era un riflesso pavloviano della mia generazione e di quella precedente: votare contro qualcuno, più che a favore di qualcosa. Una sinistra definita per negazione e contrasto. Il risultato? L’identità della sinistra si è svuotata, ridotta a specchio rovesciato della destra berlusconiana. Per anni il centrosinistra italiano ha costruito la propria immagine in modo speculare a Berlusconi e ai suoi alleati, definendosi anzitutto in opposizione a loro. Persino lo stile è divenuto l’unica differenza: da una parte un linguaggio più politicamente corretto, dall’altra barzellette sessiste e ammiccamenti neofascisti. Ma nei fatti sostanziali quella finta alternativa ha finito per ricalcare le orme dell’avversario. Berlusconi, agitato come spauracchio ideologico, permetteva alla sinistra di occupare il potere facendo più o meno le stesse politiche economiche e sociali della destra. I governi di centrosinistra, dietro il paravento della “difesa della Costituzione” dai colpi di testa berlusconiani, applicavano anch’essi il verbo liberista e tagliavano lo Stato sociale, magari con migliore educazione formale, senza barbare spacconate, ma con pari efficacia. In quegli anni la sinistra moderata italiana ha smesso di essere un’alternativa: si è trasformata in una variante educata della destra sul piano economico e in un fragile argine morale sul piano civile. L’antiberlusconismo come collante ideologico, ha fatto più danni di Silvio Berlusconi, non tanto all’Italia quanto alla sinistra tutta. Ha prosciugato ogni visione positiva e propositiva. Ha ridotto la politica a tifo contro un uomo, lasciando intatto il sistema che quell’uomo rappresentava. Alla fine, dopo tante battaglie campali contro “il Caimano”, la sinistra italiana si è accorta, troppo tardi, e oggi ne raccattiamo balbettamenti metafisici, di aver perso l’anima. E, ironia della sorte, quando Berlusconi è uscito di scena, è rimasto solo un guscio vuoto. Senza più nemico esterno, il re è apparso nudo. L’Italia è un paese senza opposizione.

    D’ALEMA BOMBARDA BELGRADO: IL DECLINO PRENDE FORMA

    Ma facciamo un viaggio nella storia. Nel 1999 Massimo D’Alema, fu il primo presidente del Consiglio del dopoguerra a partecipare attivamente a una guerra: i caccia italiani da lui inviati bombardarono Belgrado “per ragioni umanitarie”. Fu un momento storico di deragliamento. Nessuno sa se avesse avuto scelta o meno. Ma poco importa. Pochi anni prima, in piazza, gridavamo “mai più guerre” con le bandiere arcobaleno; adesso vedevamo il nostro governo di sinistra sganciare ordigni su un paese europeo senza mandato ONU. Lacerante, ma venne presentato come atto di civiltà. D’Alema stesso, a conflitto finito, dichiarò di sperare che giorni così terribili non si ripetessero, ma che se l’Italia fosse di nuovo chiamata alle sue responsabilità non si sarebbe tirata indietro. In altre parole, rivendicava la scelta bellica e si diceva pronto a rifarla. Da lì in poi, la china è stata costante. La sinistra che fu pacifista è diventata atlantista senza dubbi: ha appoggiato ogni intervento NATO, dall’Afghanistan alla Libia, ha avallato l’aumento delle spese militari e oggi sostiene l’invio di armi in ogni nuovo scenario di conflitto. Con una mano alcuni suoi esponenti continuano a predicare i diritti umani, con l’altra firmano forniture di armamenti a regimi in guerra. Un ex Presidente della Camera come Luciano Violante oggi dirige una fondazione dell’industria bellica; un ex ministro come Marco Minniti ha architettato il patto scellerato con le milizie libiche, esternalizzando la gestione dei migranti in condizioni disumane; un ex senatore PD come Nicola Latorre è passato a guidare l’Agenzia industrie difesa. E potremmo continuare. Non sorprende allora che, di fronte al genocidio di Gaza, la base attivista abbia accolto con sdegno i convegni dell’associazione “Sinistra per Israele”, ribattezzandola amaramente “Sinistra per il genocidio”. Lo smarrimento è totale, come siamo giunti al punto in cui chi si proclama di sinistra viene percepito (non a torto) come complice delle peggiori politiche di sopraffazione?

    @politica

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    @emama @politica Grazie di aver messo per iscritto queste considerazioni. Sono esattamente il ritratto di quanto è successo anche a me. In più nato a Genova e risiedo a poca distanza da quella "caserma"😑. Non si possono rispettare leggi fatte da e per delinquenti, perché l'onestà e la moralità sono ben altre cose, ben lontane da questi regimi cosiddetti "democratici" che in realtà sono solamente l'ennesimo fascio solo vestito meglio. Un abbraccio


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