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Alla ricerca di Colombo: l'Unesco esplora i fondali della prima Colonia europea nel Nuovo Mondo

Storia
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  • Alla ricerca di Colombo: l'Unesco esplora i fondali della prima Colonia europea nel Nuovo Mondo

    Ritratto di Cristoforo Colombo

    La , situata a Puerto Plata nella Repubblica Dominicana, non è solo una destinazione turistica caraibica. È il luogo dove è iniziata la storia "moderna" del continente americano. Qui, nel 1493, Cristoforo fondò il primo insediamento europeo stabile nel Nuovo Mondo, La Isabela, dopo la distruzione del precedente forte e il massacro dei suoi abitanti per mano delle popolazioni native.

    Oggi, le acque di questo tratto di mare nascondono forse uno dei più grandi tesori archeologici ancora intatti: i relitti delle navi delle spedizioni colombiane o degli anni immediatamente successivi. È qui che l'UNESCO sta conducendo una delle missioni di ricerca subacquea più importanti degli ultimi decenni.

    La Isabela rappresenta un punto di svolta cruciale. Non fu un semplice avamposto, ma la prima vera città europea nelle Americhe. La sua fondazione segna la fine dell'era delle esplorazioni temporanee e l'inizio della colonizzazione permanente. Proprio per questo, le acque antistanti sono considerate un cimitero di navi d'epoca. Si sa che, in quel periodo turbolento, diverse navi affondarono a causa di violenti uragani che colpivano regolarmente i Caraibi.

    La speranza degli archeologi è di trovare non solo relitti, ma anche tracce degli galeoni che trasportavano coloni, armi, cibo e merci, offrendo una finestra diretta sulla vita nel primo anno della presenza europea nelle Americhe.

    La missione internazionale, coordinata dall'UNESCO, ha già compiuto passi da gigante grazie a due campagne di indagini straordinarie:

    • la Campagna del 2024: Si è concentrata sull'identificazione iniziale, riuscendo a individuare dieci contesti archeologici riconducibili ai secoli XVII e XVIII. Questi risultati hanno confermato la presenza di insediamenti storici e navi affondate, aprendo la strada a indagini più approfondite.
    • la Primavera del 2026: Questa seconda fase ha adottato tecniche all'avanguardia.
      Gli archeologi non si sono limitati a cercare oggetti, ma hanno raccolto campioni complessi attraverso:
      . Carote di sedimenti: per analizzare la stratigrafia e la storia del sito nel tempo.
      . Studio del profilo costiero: per ricostruire come appariva la costa nel 1493 e come è cambiata.
      . Prospezione geofisica e profilazione del fondo marino: utilizzando il telerilevamento per mappare il fondale senza scavare.

    Il risultato è stato straordinario: sono state individuate più di quaranta "anomalie sottomarine". Queste non sono semplici rocce o formazioni naturali, ma potenziali relitti, strutture abitative o oggetti d'epoca. La loro natura e il loro valore archeologico sono ora oggetto di approfondimento, ma le premesse sono estremamente promettenti.

    La missione non si ferma alla semplice scoperta. L'obiettivo per il 2027 è duplice:

    • Rinvenire tracce inequivocabili associate alle spedizioni di Cristoforo Colombo.
    • Valutare i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici su questi siti archeologici.
      I fondali marini, con il riscaldamento delle acque e l'acidificazione, stanno diventando sempre più instabili. I relitti sommersi sono in pericolo di distruzione naturale. La missione dell'UNESCO vuole quindi documentare questi siti prima che siano perduti per sempre, creando un ponte tra la storia antica e le sfide ambientali del nostro tempo.

    La missione internazionale continuerà nel 2027, con un focus specifico sulla conferma della presenza delle navi colombiane. Se le ricerche avranno successo, La Isabela potrebbe diventare uno dei siti archeologici sottomarini più importanti al mondo, paragonabile per valore a quelli di altri grandi esploratori o eventi storici.

    Per ora, siamo di fronte a una scoperta che unisce storia, scienza e conservazione. Le quaranta anomalie individuate sono come indizi di un enorme puzzle che stiamo appena iniziando a completare. Ogni carota di sedimento e ogni scansione del fondale ci avvicina a capire meglio la vita dei primi coloni europei e delle navi che li hanno portati in America.

    @storia

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    Giuseppe Di Vittorio Giuseppe Di Vittorio fu il più carismatico leader sindacale e antifascista della Puglia, rappresentando il principale oppositore storico dello squadrismo agrario guidato da Giuseppe Caradonna e Achille Starace.Nato a Cerignola da una famiglia di poverissimi braccianti, Di Vittorio divenne il simbolo del riscatto dei lavoratori della terra. Tra il 1920 e il 1922, guidò la resistenza operaia e contadina contro l'offensiva fascista, pagando un prezzo altissimo in termini di violenza personale.Il Duello di Cerignola (1921)Il territorio di Cerignola divenne il teatro di uno scontro frontale e spietato tra Di Vittorio (allora segretario della Camera del Lavoro e leader del sindacalismo rivoluzionario) e il Ras fascista Giuseppe Caradonna.La trincea sindacale: Di Vittorio aveva organizzato i braccianti in una rete sindacale solidissima, capace di imporre agli agrari tariffe salariali e orari di lavoro umani.L'agguato elettorale: Durante le elezioni del 15 maggio 1921, le camicie nere di Caradonna scatenarono l'inferno a Cerignola per impedire il voto ai contadini. Di Vittorio fu bersaglio di ripetuti attentati e aggressioni fisiche.L'elezione a deputato: Nonostante le violenze e il sangue versato (8 morti), Di Vittorio venne eletto deputato al Parlamento tra le file dei socialisti (passando poi al Partito Comunista), ottenendo un'immunità formale che i fascisti locali tuttavia ignorarono a più riprese.La Resistenza di Bari Vecchia (Agosto 1922)Mentre le città della Puglia cadevano una dopo l'altra sotto i colpi dello squadrismo (come Andria sotto la guida di Starace), Di Vittorio firmò il suo capolavoro di resistenza militare e popolare a Bari.L'assedio fascista: Nell'agosto del 1922, migliaia di squadristi guidati da Caradonna e Starace cinsero d'assedio la Camera del Lavoro di Bari, situata nel cuore della città vecchia.La difesa popolare: Di Vittorio, insieme ad esponenti degli Arditi del Popolo (la formazione di difesa proletaria), organizzò i vicoli di Bari Vecchia con barricate, protette da donne, vecchi e bambini del quartiere.La ritirata delle camicie nere: I fascisti, respinti a colpi di pietra e fucilate dai tetti, subirono una clamorosa sconfitta militare sul campo e furono costretti a ritirarsi dalla città vecchia. Fu una delle pochissime vittorie della resistenza armata antifascista in Italia.L'Esilio e l'EreditàLa vittoria di Bari Vecchia fu solo una parentesi: con la Marcia su Roma dell'ottobre 1922 e la successiva instaurazione della dittatura, Di Vittorio fu costretto alla clandestinità e poi all'esilio in Francia e in Unione Sovietica. Combatté anche nella Guerra Civile Spagnola contro le truppe di Franco e Mussolini.Nel secondo dopoguerra, Giuseppe Di Vittorio tornò in Italia e divenne il mitico segretario generale della CGIL, firmando nel 1949 il Piano del Lavoro per ricostruire l'Italia partendo dai diritti dei lavoratori e dei braccianti del Sud.La resistenza di Bari VecchiaLa reazione di Giuseppe Di Vittorio ai drammatici fatti di Andria del maggio 1922 si articolò su tre livelli.Di Vittorio comprese subito che l'attacco di Achille Starace ad Andria non era una semplice rissa provinciale, ma una strategica operazione militare volta a far saltare l'intera rete sindacale della regione.1. La denuncia e l'ispezione a sorpresaNonostante fosse nel mirino delle camicie nere e rischiasse la vita a ogni spostamento, Di Vittorio volle recarsi personalmente ad Andria nelle ore immediatamente successive all'assalto squadrista. Il sopralluogo clandestino: Eludendo i posti di blocco fascisti e la vigilanza della polizia (spesso complice degli squadristi), entrò in città per verificare l'entità dei danni alla Camera del Lavoro e raccogliere le testimonianze dei braccianti e dei dirigenti locali costretti alla fuga.La controffensiva giornalistica: Di Vittorio firmò una serie di durissimi articoli e resoconti per la stampa di sinistra (tra cui spicca l'inchiesta «La verità sui fatti di Andria»). Denunciò pubblicamente il modus operandi di Starace, svelando come le dimissioni forzate della giunta socialista fossero state estorte con la tortura e la minaccia delle armi, e non per via di una reale "volontà popolare" come professava la propaganda fascista. 2. La rottura delle illusioni parlamentariIn quel momento, Di Vittorio era un deputato del Parlamento italiano. I fatti di Andria – uniti alle violenze subite dalla sua Cerignola – lo convinsero definitivamente dell'inutilità delle sole vie legali e istituzionali per arginare lo squadrismo.Constatando la totale passività (e talvolta il favore) delle forze dell'ordine statali durante l'assedio di Andria, Di Vittorio comprese che lo Stato liberale stava abdicando.Questa consapevolezza lo spinse a teorizzare la necessità di un'opposizione fisica e militarmente organizzata sul territorio. Non si poteva più rispondere alla violenza delle camicie nere con i semplici scioperi pacifici.3. La lezione di Andria applicata a Bari VecchiaLa reazione più efficace ed emblematica di Di Vittorio ai fatti di Andria fu di tipo pratico e logistico. L'esperienza andriese gli servì da lezione per preparare le successive barricate:Anticipare il nemico: Capito che la strategia di Starace e Caradonna consisteva nell'isolare i centri operai per poi espugnarli con colonne di camion, Di Vittorio concentrò le forze rimaste a Bari, trasformando la Camera del Lavoro e i vicoli della città vecchia in una vera e propria fortezza.Coinvolgimento totale della popolazione: Ad Andria i fascisti avevano terrorizzato la cittadinanza isolando i singoli leader. A Bari, Di Vittorio applicò una strategia opposta, coinvolgendo attivamente l'intera comunità (donne, artigiani, anziani e i militanti degli Arditi del Popolo) nella difesa urbana. Questo cambio di passo strutturale, dettato proprio dalla rabbia e dall'analisi dei fatti di Andria, permise a Di Vittorio di guidare con successo la storica resistenza di Bari Vecchia nell'agosto del 1922, dove le squadre di Caradonna e Starace subirono la loro più bruciante sconfitta tattica.L'alleanza tra Giuseppe Di Vittorio e gli Arditi del Popolo rappresentò l'unico tentativo strutturato e militarmente organizzato di opporre una resistenza armata allo squadrismo fascista in Puglia. Questa collaborazione toccò il suo culmine nell'agosto del 1922 con la leggendaria difesa di Bari Vecchia, dove le camicie nere subirono una storica sconfitta sul campo.Chi erano gli Arditi del Popolo?Nati a Roma nell'estate del 1921 su iniziativa dell'ex ufficiale d'assalto Argo Secondari, gli Arditi del Popolo furono la prima organizzazione antifascista paramilitare d'Italia. Erano composti principalmente da ex combattenti della Prima Guerra Mondiale, anarchici, comunisti e socialisti. A differenza dei partiti della sinistra ufficiale, che predicavano la non-violenza o la legalità istituzionale, gli Arditi del Popolo rispondevano allo squadrismo con le stesse tattiche militari: armi, pattugliamenti e barricate.L'incontro con Di Vittorio in PugliaGiuseppe Di Vittorio, profondamente segnato dalle sconfitte sindacali di Cerignola e Andria, comprese che l'unico modo per salvare il movimento operaio pugliese era la difesa attiva. In Puglia, e in particolare a Bari, Di Vittorio favorì e coordinò l'integrazione tra la base dei sindacati tradizionali (le Camere del Lavoro) e le sezioni locali degli Arditi del Popolo.Inquadramento militare: Di Vittorio mise a disposizione le strutture logistiche sindacali per permettere agli Arditi del Popolo di organizzare la resistenza.Superamento delle divisioni: Mentre a livello nazionale i vertici del Partito Comunista d'Italia (guidati da Amadeo Bordiga) diffidavano degli Arditi del Popolo e vietavano ai propri iscritti di aderirvi, Di Vittorio ignorò le direttive centrali in nome dell'unità d'azione sul territorio.Il capolavoro tattico: Le barricate di Bari Vecchia (Agosto 1922)Dall'1 al 5 agosto 1922, l'Alleanza del Lavoro proclamò uno sciopero legalitario in tutta Italia. I Ras fascisti Giuseppe Caradonna e Achille Starace radunarono migliaia di squadristi per espugnare Bari, l'ultimo grande centro pugliese non ancora piegato. Di Vittorio e il comando locale degli Arditi del Popolo decisero di non cedere e trincerarono la Camera del Lavoro all'interno di Bari Vecchia.La difesa venne pianificata nei minimi dettagli dagli Arditi del Popolo applicando le regole della guerriglia urbana:Fortificazione dei vicoli: Gli ingressi al quartiere storico vennero sbarrati con barricate fatte di carri, massi e mobili.Postazioni sopraelevate: Gli Arditi del Popolo si posizionarono sui tetti e sui balconi delle case, armati di fucili, pistole e bombe a mano risalenti alla Grande Guerra.Coinvolgimento del popolo: Di Vittorio coordinò la popolazione civile. Le donne del quartiere bollivano olio e acqua da gettare dalle finestre sugli squadristi, mentre i ragazzini fungevano da staffette per trasportare munizioni e informazioni tra le varie barricate.La rovinosa ritirata fascistaPer cinque giorni, le colonne fasciste tentarono ripetutamente di sfondare le difese di Bari Vecchia. Ogni assalto guidato da Caradonna venne respinto dal fuoco incrociato e preciso degli Arditi del Popolo e dalla fiera resistenza popolare. Subite pesanti perdite e l'umiliazione del fallimento militare, le camicie nere furono costrette a ritirarsi dal centro storico.Fu una vittoria clamorosa ma effimera: pochi mesi dopo, con la Marcia su Roma e l'appoggio formale dello Stato e dell'esercito, il fascismo prese il potere totale, sciogliendo con la forza sia gli Arditi del Popolo che le Camere del Lavoro.
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