Ieri vengono da me questi ragazzini di seconda media per un laboratorio di tre ore che avevo preparato di introduzione ai visori vr. Arrivano, tutti molto collaborativi, guardano tutto, passiamo davanti al laboratorio di chimica dove gli studenti delle superiori stanno facendo degli esperimenti e uno dei ragazzini spiaa, mi guarda, mi dice “wow, un laboratorio di chimica, io adoro la chimica!”. Nel laboratorio di robotica vanno in giro, sono curiosi, sono attiratissimi dai robot che sono in ricarica, guardano con gli occhi brillanti i bracci meccanici, fanno foto alle specifiche (!) dei robot, dopo avermi chiesto il permesso di usare il cellulare con sacra reverenza e timore.
Quando poi si mettono i visori esprimono sentimenti, non ci sono abituato. Si chiamano l'un l'altro, gridano di gioia, ridono, quando uno non capisce cosa fare e io non posso andare subito perché sto già supportando uno di loro, “ti spiego io” dicono e si aiutano tra loro. Dopo tre ore ho quasi dovuto strappargli i visori altrimenti saremmo ancora lì. Anzi, a un certo punto gli ho detto “guardate che dobbiamo mettere via tutto perché tra un quarto d'ora ci chiudono dentro la scuola!” e uno studente mi ha risposto, “ma che chiudano pure, noi restiamo qui”. Erano quasi le sei di sera.
Racconto tutto a Elettra che mi sorride e dice, “bello”. Ma poi aggiunge: “chissà come facciamo noi docenti a spegnere tutto questo entusiasmo e questa passione”.
Ecco, questa è una bella domanda da mettere a corollario a tutti i discorsi sulla pedagogia, sulla professionalizzazione forzata, sulla mancanza di orientamento, sui voti, sulle indicazioni ministeriali, sulla selezione e sul merito.
