Hotel Splendid
Il neon dell’insegna «Hotel Splendid» friggeva nell’aria umida di via Porpora, sputando scariche di luce intermittente sul parabrezza della mia Alfa. Sembravano i battiti di un cuore in aritmia. A Milano, dopo la mezzanotte, la pioggia non cade: percuote. Trasforma l’asfalto in uno specchio nero che riflette solo i peccati della città, dilatandoli nelle pozzanghere come macchie d’inchiostro. Ero arrivato da dieci minuti, il motore ancora caldo che ticchettava nel silenzio irreale di quel vicolo cieco. Mi chiamo Marco Taramelli, investigatore privato per vocazione e fallito per scelta. La targa d’ottone sulla porta del mio studio diceva solo Consulenze, ma la verità è che la gente viene da me quando la Polizia ha le mani legate e i rimorsi diventano troppo pesanti per dormire. Quella notte, il rimorso aveva la voce tremante di un avvocato di grido che mi aveva infilato diecimila euro in contanti nella tasca del cappotto, chiedendomi di recuperare una borsa. Nessun dettaglio, solo un indirizzo e una camera: la 204. Scesi dall'auto, tirando su il colletto del trench. L’androne dell’albergo puzzava di disinfettante a buon mercato e fumo stantio. Dietro il bancone della reception, un vecchio con gli occhi vitrei non alzò nemmeno lo sguardo dalla sua rivista sportiva di tre mesi prima. Meglio così. Il silenzio nei corridoi era denso, quasi solido, interrotto solo dal ronzio metallico del vecchio ascensore a gabbia che saliva verso i piani alti. Evitai l'impianto e presi le scale. I gradini di marmo consumato cigolavano sotto le mie scarpe, un conto alla rovescia verso il secondo piano. Il corridoio della 204 era una galleria di porte scrostate dal tempo. La moquette verde marcio attutiva i miei passi, ma non riusciva a soffocare il battito del mio cuore, che picchiava duro contro le costole. Arrivato davanti alla porta, notai il primo dettaglio che mi fece stringere la mano attorno al calcio della mia Beretta calibro 9: la fessura della serratura era parzialmente scheggiata. Qualcuno era entrato senza chiedere il permesso. E non molto tempo prima. Spinsi delicatamente l’anta. Nessun cigolio. La stanza era immersa nella penombra, tagliata solo dalle lame di luce giallastra che filtravano dalle persiane accostate. «C’è nessuno?» Sussurrai, una formalità inutile che la prudenza esigeva. La risposta fu il silenzio profondo della morte. Feci tre passi all'interno, le scarpe che affondavano in un tappeto logoro. Il mio sguardo fu catturato da una sagoma scura poltrona vicino alla finestra. Una donna. Era seduta con la testa reclinata all'indietro, i capelli biondi che brillavano come oro vecchio sotto i riflessi intermittenti del neon esterno. Gli occhi, spalancati e lattiginosi, fissavano il soffitto come se cercassero una via di fuga. Sul collo, un solco violaceo tradiva la violenza degli ultimi istanti della sua vita. Una sciarpa di seta nera era ancora tesa attorno alla gola. Il sangue mi si gelò nelle vene. Non era un semplice furto; era un’esecuzione. La borsa di pelle marrone di cui parlava l'avvocato era lì, sul pavimento, aperta e svuotata delle carte. Ma il contenuto non era sparito del tutto: sparsi sul pavimento c'erano fogli bagnati di pioggia e di un liquido più denso. Sangue fresco. Chiunque l’avesse uccisa, era stato interrotto o non aveva avuto il tempo di ripulire. All'improvviso, un rumore metallico ruppe la quiete della stanza. Proveniva dal bagno. Il ticchettio di una goccia che cadeva nel lavandino, seguito da un respiro affannoso, strozzato, impercettibile a un orecchio non abituato al pericolo. Qualcuno era ancora dentro. L’assassino non se n’era andato. La tensione si tese come una corda di violino pronta a spezzarsi. Impugnai la Beretta, togliendo la sicura con un click che risuonò immenso nel silenzio. Mi mossi lateralmente, rasentando la parete, sfruttando le ombre per non offrire un bersaglio facile. La porta del bagno era accostata, una linea di luce bianca tagliava il pavimento. «Esci con le mani bene in vista.» Dissi, la voce ferma ma il respiro corto. «La Polizia sta arrivando». Una menzogna necessaria. Nessuna risposta. Solo il fruscio di un tessuto, il movimento rapido di una sagoma che si muoveva nell'oscurità del bagno. Poi, il vetro della finestra del bagno andò in frantumi con un boato fragoroso. L'uomo stava scappando dal retro, attraverso la scala antincendio. Spalancai la porta con un calcio. La pioggia gelida entrò violentemente dalla finestra rotta, investendomi il viso. Mi affacciai sul vuoto del vicolo posteriore, giusto in tempo per vedere una figura scura, intabarrata in un giaccone nero, che scendeva i gradini di ferro a rotta di collo. Non ci pensai due volte. Mi lanciai all'inseguimento, scavalcando il davanzale e precipitandomi giù per la struttura metallica che vibrava e scricchiolava sotto il mio peso. I gradini erano viscidi, il ferro bagnato offriva poca aderenza. Sentivo il sapore metallico dell'adrenalina in bocca. Giunto in fondo alla scala, vidi l'uomo svoltare l'angolo verso viale Monza, scomparendo nella nebbia che saliva dai tombini. Milano a quell’ora si trasforma in un labirinto di pietra e cemento, dove le strade si assomigliano tutte e i segreti si nascondono dietro i portoni dei vecchi palazzi di ringhiera. Corsi assecondando l'eco dei suoi passi sull'asfalto bagnato. Le luci dei lampioni creavano una sequenza cinematografica di flash e oscurità. L’inseguimento mi portò in un cortile interno, uno di quei vecchi spazi milanesi con i ballatoi di ringhiera che si arrampicano verso il cielo, chiusi come una fortezza. Un vicolo cieco per entrambi. L'uomo si voltò di scatto. Nella penombra del cortile, vidi il riflesso d'argento di un coltello a serramanico. Non aveva più una via di fuga, e gli animali messi alle strette diventano letali. I suoi occhi erano fessure di puro terrore e rabbia. «Fermo lì.» Ringhiò, la voce roca, spezzata dallo sforzo. «Non sai in cosa ti sei infilato. Quella borsa contiene i nomi che fanno tremare la Milano bene. Se spari, sei un uomo morto prima che il bossolo tocchi terra». «I morti non parlano, ma i vivi sì» Risposi, mantenendo l'arma puntata al centro del suo petto. La pioggia continuava a cadere, battendo ritmicamente sui cassonetti dell'immondizia, creando una colonna sonora ipnotica e spettrale. Fece un passo avanti, sollevando la lama. La distanza tra noi era di pochi metri, lo spazio di un respiro, il confine esile tra la vita e la fine di tutto. Sentivo il calore della Beretta nella mia mano opporsi al gelo della notte milanese. Sapevo che un solo movimento falso avrebbe scritto la parola fine su questa storia, lasciando un altro corpo a marcire nell'oscurità di una città che dimentica in fretta i suoi figli. Il silenzio prima della tempesta durò un battito di ciglia. L’assassino scattò in avanti con la velocità di una vipera, la lama puntata dritta alla mia gola. Non c'era tempo per pensare, solo per reagire. Esplosi un colpo. Il boato squarciò la notte di viale Monza, un tuono artificiale che rimbombò contro le pareti del cortile, facendo tremare i vetri delle finestre buie. L’uomo si arrestò di colpo, l’espressione di pietra che si frantumava in una smorfia di incredulità. Il coltello gli sfuggì dalle dita, cadendo con un rintocco metallico sulla pietra del cortile. Cadde sulle ginocchia, le mani premute sulla spalla sinistra da cui iniziava a sgorgare un rivolo scuro. Non volevo ucciderlo; volevo delle risposte. Mi avvicinai lentamente, tenendolo sotto tiro, mentre le prime sirene della Polizia iniziavano a ululare in lontananza, un lamento acuto che si avvicinava rapidamente da piazzale Loreto. La notte di Milano stava per finire per lui, ma per me il buio era appena iniziato. Raccolsi i fogli che gli erano caduti dalla tasca, intrisi di pioggia. Guardai i nomi scritti sopra, illuminati dai fari blu delle volanti che entravano nel cortile. L'avvocato aveva ragione a tremare. E la città, dopo la mezzanotte, non avrebbe dormito tranquilla ancora per molto.

